Partendo da queste prime iniziali riflessioni, Commonlands inizia oggi un percorso di studio sul tema del Paesaggio (“common” per eccellenza!) e propone a tutti coloro che seguano con interesse l'argomento, di partecipare ad un dibattito culturale che si articolerà in incontri, sondaggi on line, articoli a mezzo stampa o blog. Sarà ben accetto qualunque contributo in termini di commento, confronto, proposta di approfondimento, che soci e simpatizzanti vorranno far pervenire al nostro blog.
Grazie a tutti!
Il Segretario Generale
Cristiana Clementi
Una nuova prospettiva per il Paesaggio
Ne leggiamo, ne disquisiamo in contesti culturali, ne dibattiamo in sedi amministrative e politiche, ipotizziamo interventi per tutelarne e salvaguardarne l'integrità: stiamo parlando del PAESAGGIO. Ma in realtà, ci siamo mai chiesti sul serio: che cos'è veramente un paesaggio?
Chi se ne è occupato da un punto di vista professionale (Ugo Morelli, Paesaggio e mente, Bollati Boringhieri, Torino, 2011) nell'ottica della psicologia sociale ed ambientale, ha tracciato un profilo molto netto del concetto di paesaggio, che può fornire un valido contributo per ridefinire le mappe mentali con cui tutti noi siamo abituati a ragionare.
Innanzi tutto cosa non è un paesaggio: non è un out of there, non è un altrove, estraneo ed esterno all'uomo che lo osserva. Non è nemmeno l'uomo che lo osserva: l'essere umano che guarda non è in grado, da solo, di realizzare appieno il significato di questo termine, che si rivela essere non il frutto di una semplice attività cognitiva, ma la risultante di un processo di apprendimento che scaturisce dall'intreccio di una serie di relazioni: uomo/natura, corpo/mente, interno/esterno.
Come ogni processo di apprendimento, anche questo va seguito, educato e formato in modo appropriato. Si capisce quindi quanto educazione e formazione in questo ambito, svolgano un ruolo particolarmente delicato: sarà il modo in cui ciascuno di noi riuscirà ad elaborare mentalmente il suo concetto di paesaggio, che garantirà la capacità di operare scelte oculate anche in tema della sua vivibilità. E per poter parlare di una definizione adeguata, sarà indispensabile accantonare il vecchio paradigma che pretende di scindere dimensione cognitiva da dimensione affettiva: un paesaggio non è e non può essere considerato, se non come il prodotto della relazione tra quanto vediamo e quanto ci rappresentiamo, tra quanto viviamo e le scelte che individualmente o collettivamente effettuiamo.
Ancor prima di essere quello che ci circonda e che vediamo, il paesaggio è dentro di noi.
Il paesaggio è a tal punto dentro di noi da essere diventato il luogo dove il nostro egocentrismo sembra manifestarsi con maggiore soddisfazione. Da una parte ci indigniamo quando lo vediamo deturpato, dall’altra lo violentiamo con l’ingenua brutalità delle nostre abitudini domestiche. Il muretto abusivo, il sopralzo improvvisato, quella stanza ricavata in attesa del prossimo condono, quelle convessità di orribili capannoni affiancati ad altre convessità di altri orribili capannoni a formare un mare stilizzato di lamiere. Oscene pance industriali, immobili, adagiate su un prato di asfalto e cemento, a prendere un sole che ormai non c’è più. Ma anche la carta lasciata cadere dal finestrino dell’auto come fosse il fazzoletto di una elegante signora che vuol rassicurarsi dei corteggiatori o la bottiglietta di plastica tra i rami della siepe, come fiore trasparente che non potrà mai appassire. O le tracce del cane lasciate ovunque a marcare un territorio che vogliamo tutti sappiano essere il nostro: la cacca come migliore biglietto da visita della nostra personalità.
RispondiEliminaPer non parlare dello schiamazzo, delle parole tanto più urlate quanto più sono vuote. Abbiamo bisogno di sentire la nostra voce, ma non abbiamo niente da dire, e allora gridiamo, ma è un grido disperatamente muto alle nostre orecchie. Cerchiamo di imporlo agli altri; gli altri ci sentono, lo vediamo dalla loro insofferenza. Non ci capiscono; che importa: ora sanno che esistiamo più di loro, che il territorio dei suoni è nostro, che abbiamo riempito ogni spazio di silenzio. C’è posto solo per noi.
Non sopportiamo le deturpazioni altrui, ma non perché amiamo il paesaggio, non perché abbiamo un forte spirito della cosa comune. Al contrario. Non sopportiamo le testimonianze delle abbrutite esistenze altrui perché abbiamo una visione privatistica, anzi, personalistica del territorio e della vita. Tutto quello che vediamo è come fosse di nostra proprietà e pertanto deve essere a nostra immagine e somiglianza, non a immagine e somiglianza di un altro. Solo noi abbiamo il diritto di modificare, deturpare, violentare, lacerare. Solo attraverso la violenza ci ritroviamo e ci riconosciamo.
Di tutta questa inconsapevole volontà di bruttezza, di male, di disarmonia, di coltivata ignoranza, la prima vittima è il paesaggio. La seconda siamo noi.
Luca B. Fornaroli