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Visualizzazione post con etichetta paesaggio. Mostra tutti i post
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domenica 8 gennaio 2012

Sei riflessioni, anzi sette sul paesaggio

E' una splendida giornata di sole qui ad Albairate. Fa freddo, sì. Ma non tanto da diminuire la voglia di stare all'aria aperta (tra poco riattivo la bici per un giro salutare lungo l'alzaia del Naviglio Pavese). Intanto dalle finestre della mia casa si vedono (evento raro) gli Appennini e le Alpi.

Mi godo questi panorami e riprendo il libro di Salvatore Settis per scrivere un breve commento ammirato alle sue tesi. non voglio aggiungere nulla al pensiero di Settis, è solo un modo per cercare qualche utile connessione con l'idea dei Landscape Watchers che sta germogliando in Commonlands. Ho titolato questo post "sei riflessioni più una", si capirà poi perchè non "sette", tanti quanti sono i capitoli del libro di Settis.

1.Una bomba a orologeria
"Il paesaggio è il grande malato d'Italia", un appello ai governi per mettere mano seriamente a normative per curare il paesaggio e l'ambiente che, secondo Settis "non sono intesi da chi ci governa come preziosissimo CAPITALE TERRITORIALE bensì come una sorta di zavorra, un peso morto di cui liberarsi mediante operazioni speculative".

2.L'orizzonte dei diritti
"Chi ha diritto di parlare di paesaggi? Di proporre critiche all'andazzo corrente, di suggerire criteri di giudizio, immaginare rimedi alle devastazioni passate, presenti e future?". I paesaggi, come l'acqua e l'aria, sono un bene comune. Pertanto tutti hanno il diritto di parlarne, denunciare i sopprusi e proporre soluzioni. Oltre alla funzione estetica, storica ed culturale il paesaggio svolge anche una funzione terapeutica. "Secondo gli studiosi di environmental criminology" scrive Settis "il degrado del paesaggio, specialmente urbano, è un importante fattore che innesca comportamenti criminosi o violenti, al contrario, il miglioramento della situazione ambientale, cioè della qualità della vita, riduce o annulla l'incidenza dei comportamenti deviati".

3.Cultura ed etica della tutela
L'Italia non ha tra il 50% e il 60% dei beni culturali del mondo, come affermerebbe una fantomatica ricerca dell'Unesco. E' un dato che circola da qualche anno che però non ha alcun fondamento. Una leggenda che fa comodo a tutti i promotori dell'orgoglio nazionale. "Ma sono anche - lamenta Settis - "dimostrazioni, davvero desolanti di irresponsabile superficialità e approssimazione". E' una delle tante manifestazioni dell'ITALIA CIALTRONA, che si accontenta dei titoli e degli slogan senza scavare alla ricerca del significato delle cose. "Quasi nessuno dice che questi dati sono inesistenti, che non c'è mai stata un'indagine svolta dall'Unesco" tranne un censimento dei siti Unesco dal quale risulta che l'Italia detiene sì il primo posto ma con appena il 4,9% del totale, appena avanti la Spagna.

4.Tutelare il paesaggio
... eppure di tutela del paesaggio se ne parla in politica da sempre. Perchè è necessario tutelare il paesaggio? "Un altissimo interesse morale e artistico (scriveva Benedetto Croce) legittima l'intervento dello Stato poichè il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della Patria...". Ma il progresso è l'ideologia dello sviluppo "capitalista" preferisce occuparsi d'altro deturpando il volto della Patria senza porsi troppe domande.

5.Costituzione, devoluzioni
L'art. 9 della nostra Costituzione recita che "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". E' vero siamo tra i pochi al mondo ad aver eletto il paesaggio tra i valori fondanti del nostro Paese. Sono davvero commosso di far parte di tale genia. Ma poi, la prassi quotidiana e l'innata tendenza italica al groviglio e al garbuglio, l'attuazione di tali principi è stata via via delegata alle Regioni, alle Provincie e infine (la subdelega finale) al Comuni con il risultato che "si è oscurata ogni visione d'insieme, e quasi dappertutto il paesaggio è diventata materia bruta, il luogo della speculazione e dello scambio (anche elettorale), non quello dell'identità e della patria". Un'altro volto dell'ITALIA CIALTRONA.

6.L'Italia si fa in tre: paesaggio,territorio, ambiente
Le norme che ci guidano utilizzano questi tre termini in modo dissennato: esiste "l'Italia del paesaggio (che è di spettanza dello Stato), l'Italia del territorio (il cui governo spetta alle Regioni) e l'Italia dell'ambiente (con competenze distribuite in modo tutt'altro che chiaro)". La confusione delle competenze è grave. Qual è il risultato per il cittadino? Qual è il vantaggio che ne può derivare da tali dispute verbalistiche? Il cittadino ha il diritto di chiedere al legislatore " se possa mai esistere un 'territorio' senza paesaggio e senza ambiente, o un 'ambiente' senza territorio e senza paesaggio, o un 'paesaggio? senza territorio e senza ambiente".
Il garbuglio linguistico rallenta le politiche sane sul paesaggio, la speculazione invece procede spedita senza intoppi.

7.Noi,i cittadini (appello)
Il paesaggio, l'ambiente, il territorio i parchi naturali, i centri storici sono prima di tutto NOSTRI.
Proviamo a ricostituire un sentimento di responsabilità comune stimolando il controllo a livello microterritoriale e favorendo la diffusione delle criticità ma anche delle buone pratiche attraverso ogni mezzo, a cominciare da Internet e i social media. Partiamo dall'idea dei landscape watchers, i guardiano del paesaggio e diamoci un primo appuntamento questa primavera per parlarne e promuove iniziative comuni.

martedì 20 dicembre 2011

Landscape watchers, i guardiani del paesaggio

Si moltiplicano gli appelli al Governo e al Presidente della Repubblica per accrescere l'attenzione sul paesaggio italiano e richiedere politiche di tutela e azioni di sensibilizzazione sociale.
Mantenere integro il paesaggio è una priorità per noi e per il futuro. E' un impegno che deve coinvolgere chi decide e chi invece nei paesaggi vive. Si perchè il paesaggio è un sinonimo di luogo, e nei luoghi la gente vive, lavora e si incontra per sviluppare relazioni sociali. E' superfluo ricordare che Commonlands ha molto a cuore il paesaggio, come molte altre associazioni italiane del resto. Pochi mesi fa ha realizzato nel comune milanese di Albairate la prima ricerca di neuromarketing per "certificare" l'impatto emozionale del paesaggio, il test è servito per arricchire il PGT di un approccio scientifico  - anzi neuroscientifico - a supporto delle decisioni di future destinazioni degli spazi extraurbani. Tutto ciò è bello, ma non basta! Occorre aumentare la consapevolezza sociale riguardo alla necessità di tutelare il paesaggio. Occorre anche promuovere strumenti nuovi di stimolo ai decisori con il coinvolgimento "dal basso" che portino il tema dalla tutela e, aggiungo, della valorizzazione del paesaggio come risorsa anche economica nei primi posti delle agende della politica locale e regionale.
In sostanza, occorre creare delle figure che svolgano a livello locale la funzione di "guardiani" del paesaggio, dei veri e propri Landscape Watcher, che in ogni comune italiano tengano attivo il controllo sul paesaggio, ne verifichino lo stato e segnalino i problemi e le aggressioni. Commonlands attiverà a breve un blog per raccogliere le testimonianze in arrivo e a fine anno pubblicherà un ebook (Libro Bianco sul paesaggio italiano) contenente i casi più critici ma anche gli interventi virtuosi.
Il programma Landscape Watcher partirà ufficialmente il 20 gennaio 2012 con la presentazione del programma e delle iniziative previste per il lancio.

sabato 17 settembre 2011

Il paesaggio non può attendere

Questa settimana Commonlands, in collaborazione con 1to1lab, ha partecipato attivamente al dibattito sul valore del paesaggio presentando ad Albairate (Mi) i risultati della prima ricerca di neuromarketing realizzata a supporto della realizzazione del PGT (Piano di Governo del Territorio) del Comune di Albairate. Il convegno si è svolto il 16 settembre ed è stato preceduto da una conferenza stampa il lunedì precedente, in una giornata di sole e cielo azzurro, su un battello, solcando il Naviglio Grande. Ecco, di seguito, una testimonianza video tratta dalla webtv Città Oggi: www.cittaoggi.tv/video/naviglio-battello

venerdì 9 settembre 2011

Trabucchi e cemento, la morte del drago

Capita a tutti di organizzare i propri ricordi legandoli a particolari immagini o ad emozioni forti. Lo fanno i bambini nella fase iniziale del loro percorso di comprensione della realtà, si creano dei prototipi che svolgeranno la propria funzione di decodifica per tutta la vita costituendo per la persona un patrimonio cognitivo di grande importanza. Il trabucco è per me un prototipo.
Lo è diventato negli Anni Sessanta quando ho avuto la fortuna di abitare nei pressi della costa molisano-abruzzese. In quegli anni ho scoperto il mare e le sue bellezze, tra queste la strana ma affascinante architettura del trabucco. Ricordo ancora la prima volta che lo vidi. In realtà lo registrai prima con gli occhi della fantasia e poi gli diedi il significato funzionale di strumento per la pesca. Il trabucco era un drago di terra, con il lungo collo proteso verso il mare alla ricerca di qualche incauto marinaio da catturare e mangiare. A quell’età da adolescente l’idea che si trattasse di mezzo per pescare mi appariva riduttiva rispetto al grande potenziale emozionale evocato dal “drago”. C’erano trabucchi dovunque, dal Gargano fino ad Ortona, un vero invasione di pazienti rettili primordiali che popolavano la costa e che guardavo con rispetto dai finestrini dell’auto quando percorrevamo la statale adriatica. Due anni fa, durante un viaggio in India per la precisione a Cochi nello stato meridionale del Kerala, mi è capitato di incorrere in uno strumento di pesca, del tutto analogo al trabucco, ancora utilizzato per la pesca.
Nonostante le differenze, frutto di tradizioni ed esperienze millenarie, quello per me era prima di tutto un trabucco e poi, naturalmente, un drago ancora attivo. I pescatori keralesi nel vedere il mio interesse mi chiesero di partecipare ad una sessione di pesca salendo sul palo di contrappeso per dare un contributo decisivo al movimento di immersione della rete in acqua e di estrazione. L’esperienza è stata utile e anche divertente. Intanto perché ho capito finalmente come funzionava il trabucco e poi perché ho sperimentato quanto duro lavoro si nasconde dietro questi strumenti frutto dell’ingegno creativo dell’uomo. Il trabucco, come tanti altri artefatti elaborati dagli umani per sopravvivere, merita senza dubbio il massimo rispetto. Poche settimane fa, sono tornato a Vasto per un breve periodo di vacanza. In realtà si è trattato di una bella occasione per fare alcuni percorsi cicloturistici tra le strade abruzzesi abbinando serate interessanti sul piano culturale (bella la manifestazione Book and Wine) e gastronomico… Ma non solo. Ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere persone che amano la propria terra e la proteggono dagli assalti del cemento e del degrado. Gli Amici di Punta Aderci (www.amicidipuntaderci.it) sono certamente tra questi. Si tratta di un’associazione di appassionati ambientalisti che si sono prefissi di difendere lo splendido ambiente di Punta Aderci (un tratto di costa bellissimo presso il porto di Vasto) dai tentativi continui da parte delle forze del male, quelle forze che Salvatore Settis considera come la causa della malattia del paesaggio italiano. Ho aderito senza pensarci all’associazione che esprime a livello locale lo stesso spirito che anima Commonlands e che ci vede più che sensibili all’integrità del nostro patrimonio paesaggistico. Ma, le forze del cemento a volte riescono a completare il proprio disegno diabolico.
Lo hanno fatto proprio a danno della costa prospicente un trabucco, si proprio quel trabucco che da decenni è un riferimento cognitivo per me (ma per migliaia di altre persone). Il drago della mia infanzia è stato recintato da un muro di cemento che lo isola dall’entroterra e priva tutti noi di quell’immagine selvaggia e armoniosa che lega quell’artefatto millenario al proprio ambiente. Il danno non è, naturalmente, economico. E’ una lacerazione del mio, nostro immaginario cognitivo che così alterato non potrà fornire più alimento alla fantasia dei sognatori di draghi. Peccato!

venerdì 29 aprile 2011

Al via il primo progetto!

Partendo da queste prime iniziali riflessioni, Commonlands inizia oggi un percorso di studio sul tema del Paesaggio (“common” per eccellenza!) e propone a tutti coloro che seguano con interesse l'argomento, di partecipare ad un dibattito culturale che si articolerà in incontri, sondaggi on line, articoli a mezzo stampa o blog. Sarà ben accetto qualunque contributo in termini di commento, confronto, proposta di approfondimento, che soci e simpatizzanti vorranno far pervenire al nostro blog.

Grazie a tutti!


Il Segretario Generale

Cristiana Clementi



Una nuova prospettiva per il Paesaggio


Ne leggiamo, ne disquisiamo in contesti culturali, ne dibattiamo in sedi amministrative e politiche, ipotizziamo interventi per tutelarne e salvaguardarne l'integrità: stiamo parlando del PAESAGGIO. Ma in realtà, ci siamo mai chiesti sul serio: che cos'è veramente un paesaggio?

Chi se ne è occupato da un punto di vista professionale (Ugo Morelli, Paesaggio e mente, Bollati Boringhieri, Torino, 2011) nell'ottica della psicologia sociale ed ambientale, ha tracciato un profilo molto netto del concetto di paesaggio, che può fornire un valido contributo per ridefinire le mappe mentali con cui tutti noi siamo abituati a ragionare.

Innanzi tutto cosa non è un paesaggio: non è un out of there, non è un altrove, estraneo ed esterno all'uomo che lo osserva. Non è nemmeno l'uomo che lo osserva: l'essere umano che guarda non è in grado, da solo, di realizzare appieno il significato di questo termine, che si rivela essere non il frutto di una semplice attività cognitiva, ma la risultante di un processo di apprendimento che scaturisce dall'intreccio di una serie di relazioni: uomo/natura, corpo/mente, interno/esterno.

Come ogni processo di apprendimento, anche questo va seguito, educato e formato in modo appropriato. Si capisce quindi quanto educazione e formazione in questo ambito, svolgano un ruolo particolarmente delicato: sarà il modo in cui ciascuno di noi riuscirà ad elaborare mentalmente il suo concetto di paesaggio, che garantirà la capacità di operare scelte oculate anche in tema della sua vivibilità. E per poter parlare di una definizione adeguata, sarà indispensabile accantonare il vecchio paradigma che pretende di scindere dimensione cognitiva da dimensione affettiva: un paesaggio non è e non può essere considerato, se non come il prodotto della relazione tra quanto vediamo e quanto ci rappresentiamo, tra quanto viviamo e le scelte che individualmente o collettivamente effettuiamo.

Ancor prima di essere quello che ci circonda e che vediamo, il paesaggio è dentro di noi.



domenica 19 dicembre 2010

Commonlands, il 2011 e i nostri programmi

Il 2011 è il primo anno della decade che ci siamo prefissi per fare molte cose innovative. Proviamo a dare un contributo di idee e di azioni per rimettere in pista il nostro Paese. Commonlands è finalmente NATA e muove i primi passi. Cosa possiamo fare da subito? Tre cose (per cominciare).

A) Sviluppare un programma-palinsesto che copra 12 mesi costruito sull'asse luogo da promuovere e persona "saggia" da coinvolgere come relatore. Il progetto, nell'insieme, deve avere un proprio equilibrio economico e pertanto ogni conferenza dovrà essere promossa come un mini evento, con un responsabile di progetto che ne curi il successo, la raccolta fondi e la promozione. Essendo un programma che assorbirà del tempo, e sappiamo che il tempo è una risosrsa molto scarsa, dovremo trovare una formula di remunerazione dei costi, anche delle persone/soci che vi lavoreranno(un vero e proprio budget per ogni evento e per il ciclo nell'insieme). Obiettivo finale una pubblicazione libro. Ogni evento sarà trasmesso in videoconferenza e alimenterà poi i vari canali social media.
B) Creare un panel di opinion leader del territorio (almeno 400/500 persone) ai quali di volta in volta chiedere opinioni e pareri su questioni di piccolo e grande cabotaggio (il tutto gestito attraverso la formula del survey online)

C)Sviluppare un programma di Certificazione del Paesaggio che si leghi ad un evento a premio nazionale fotografico (anche in questo caso remunerato da uno o più sponsor). L'idea è di promuovere nel 2012 un Festival del Paesaggio.

Nel frattempo abbiamo in cantiere alcuni convegni nella nostra zona Est-Ticino, ma anche a Roma di cui forniremo i dettagli a gennaio.
Le feste sono ormai prossime e nelle nostre teste e nel nostro cuore emergono altre priorità ed esigenze. La pausa e il riposo sono ambiti e necessari ma, anzi MA, non abbassiamo la guardia. A gennaio dovremo ripartire rapidamente, con i gruppi di lavoro e di progetto e abbiamo davvero molto, moltissimo da fare. Chiedo ai soci di mantenere alto il livello di attivazine dei propri neuroni-commonlands e agli indecisi di iscriversi all'associazione e proporre idee e programmi (compatibili con la nostra mission) che creino valore per tutti.

AUGURI a tutti, alle vostre famiglie, ai vostri amici e anche alla nostra malconcia Italia da rinvigorire...

BUON NATALE E BUON ANNO

martedì 7 dicembre 2010

200 Km di panorami

Mi ha fatto immensamente piacere vedere questo claim. 200 Km di panorami!
Ero appena uscito dal vagone della metro in cerca della solita scala mobile, tutti in fila, guardando fissi per terra per non inciampare e lì tra le scarpe le gambe della solita massa umana, ho letto:
200 Km di piste, 140Km di piste.
Subito ho capito che qualcosa non andava.
Ho associato, senza pensarci molto, il simbolo Km allo sci e di conseguenza ho letto piste e non panorami. Per colpa della dissonanza cognitiva mi sono preso anche qualche spintone, di tutti quelli che erano dietro di me e che non si erano accorti del valore del cartellone.
200 km di panorami. Che liberazione, che voglia di andare in montagna, tanto è freddo ovunque no?
200 chilometri, si si ben 200 km di panorami.
Con il sorriso stampato in bocca, e con la soddisfazione di aver raggiunto la scala mobile nonostante la calca, mi sono reso conto che non avevo la più pallida idea di quanto fosse e quanto valesse un solo chilometro di panorama.
So quanto vale e a cosa serve un chilo di carne, so quanto tempo posso impiegare per fare 200 km in macchina e so benissimo che un chilometro lo posso fare a piedi senza prendere nessun mezzo, ma quanto c'è in 1000 metri di panorama ma soprattutto si misura in largo o in lungo? E' quello che percorro o quello che vedo o quello che ho la possibilità di vedere?
Sentivo che mi serviva un po' di ordine, dei punti di riferimento per digerire il messaggio del cartellone.
Allora, ho iniziato a razionalizzare.
Sono a Milano, sotto terra e sto per uscire dalla bocca della stazione della metropolitana: quanti km di possibilità visiva avrò all'uscita? Un chilometro forse due, a mente non mi sono mai venuti bene i conti, ma pensando al panorama come la somma di tutti i metri dei palazzi, calcolati alla base, forse si arrivava a 3000 metri.
Bene abbiamo un punto di riferimento: quando si esce dalla metro si possono vedere almeno tre chilometri di panorama, urbano ma sempre panorama e per ora, escludiamolo. Teniamo conto solo del paesaggio naturale, consideriamo i rilievi, mi sono detto.
Le montagne sono quelle che definiscono la linea dell'orizzonte e allo stesso tempo limitano la vista a ciò che si trova prima di esse: perfetto ora so che i chilometri si contano sulle cime dei monti perché fermano lo sguardo.
Fuori dalla metro però non si vede nemmeno una montagna e allora ho fatto una piccola ipotesi, giusto per capire quanti sarebbero 200 km di montagne attorno a me.
Sono al centro di Milano, montagne non se ne vedono, ma immagino di stare al centro di un cratere, circolare diciamo, in modo tale da garantirmi una continuità di panorama montano. Quanto dovrebbe essere grande questo cratere per poter beneficiare di un panorama montuoso a 360 gradi di visuale? Quanto sarebbe distante? Presto detto, si rispolverano le formuline della circonferenza studiate alle scuole elementari, si approssima il π a 3.14159265 la C sta per la circonferenza C = 2 π r si rigira il tutto per calcolare il raggio r = C / 2 π si sostituiscono i simboli con i numeri r = 200 km / ( 2 * 3.14159265 )  ed eccolo qua il raggio del cratere immaginario r = 31.8309887 chilometri.
Quasi 32 chilometri di raggio, il doppio di diametro ma di quanto stiamo a parlare?
L'ho dovuto disegnare sopra la mappa per rendermene conto.



I bordi del cratere passerebbero per Monza, per Binasco, per Rho e anche per Cernusco sul Naviglio.
Ma in fondo le montagne dal centro di Milano non si vedono, in qualche rara occasione si vede spuntare qualche cima innevata in fondo a Viale Monza.
Cosa succederebbe a Bellagio? Tra Lago, montagne e scorci visivi che ti portano fino alla Svizzera come devono essere calcolati i km di panorama?
Andiamo a vedere la mappa di Bellagio e cerchiamo di capire dove sarebbe il cratere immaginario.



E' facile notare dalla mappa dei rilievi che il cratere non sarebbe interamente visibile da Bellagio allora il campo visivo si restringerebbe alle cime dei monti più alti e più vicini a noi, diciamo che il panorama visibile sarebbe quello tracciato dalla linea nera.
Non è possibile calcolare con l'"okkimetro" quanti chilometri di paesaggio sarebbero a nostra disposizione, il calcolo è complicato e probabilmente non sarebbe uguale a 200km un numero tondo diciamo e sarebbe limitato solo al paesaggio in rilievo e non sarebbe valorizzato il paesaggio di pianura o di mare.
A questo punto del ragionamento mi sono reso conto che il cartellone pubblicitario era un po' truffaldino e che mi aveva lasciato una gran voglia di andare a sciare e accresciuto il desiderio di comprendere e misurare le grandi emozioni che solo un gran bel paesaggio può dare, a 360 gradi.

venerdì 5 novembre 2010

Riflettere, tra un albero e una gru

Prendo spunto da un evento che si sta svolgendo in questi giorni, il censimento periodico dell'agricoltura, di cui tutti abbiamo appreso dai media, per promuovere una riflessione comune. Prescindendo dal fatto di essere o meno coinvolti direttamente dal problema agricolo, il punto su cui volevo soffermarmi è se oggi, 2010, ma ancor più ovviamente negli anni a venire, siano ancora validi e replicabili i metodi e gli schemi mentali con cui sinora si sono affrontati temi di ordine generale, come possono essere, per fare un esempio, proprio quelli del verde, dell'agricoltura, del paesaggio.
Se finora abbiamo assistito a condivisibili, quanto scontati, incontri tra esperti, in cui si elencano i numeri della “disfatta”, ovvero: si quantificano i metri quadri di verde che vanno sparendo, si illustrano le difficoltà di sopravvivenza del mestiere di agricoltore, si proiettano diapositive che contrappongono, in una tautologica e sterile antitesi, immagini di cantieri, industrie, gru, a quelle di alberi, ruscelli, distese di grano, animali che brucano; se finora dunque, ci si è limitati ad analizzare il presente dicendo “ecco dove siamo arrivati...”, forse è giunto il momento di cambiare rotta, di attrezzarci con nuovi strumenti mentali e di introdurre uno stile di pensiero un po' meno stereotipato.
Analizzare i problemi del presente, deve significare inevitabilmente riflettere sul perchè questi problemi ci sono. E per farlo correttamente, non si può né prescindere dallo studio del passato, né dal prevedere come si svilupperà il futuro. Dovremmo impegnarci per cercare di individuare e comprendere “le leggi” che caratterizzano i processi storici. Gli strumenti necessari per farlo ce li fornisce,a mio avviso,non già uno stravagante ricercatore dei giorni nostri, ma una corrente di pensiero sviluppatasi in Francia all'inizio del '900, quella de Les Annales (una rivista che ancor oggi continua ad occuparsi del rinnovamento degli studi storici e delle scienze umane, in ambito internazionale).
Vorrei citare al riguardo, un autore che per la sua attenta e critica visione della storia, è a pieno titolo annoverato tra i grandi studiosi francesi: Marc Bloch, fondatore della rivista assieme a Lucien Febvre. Scriveva Bloch nel suo libro Apologia della storia o Mestiere di storico (di cui consiglio la lettura nell'edizione a cura di G. Arnaldi, Piccola Biblioteca Einaudi,1999): “La storia è per sua natura scienza del cambiamento (...).Essa riconosce nella natura umana elementi, se non permanenti, almeno durevoli (...) ed è per questo che può cimentarsi nel tentativo di penetrare l'avvenire”.
Con ciò Bloch intendeva dire che: “esaminando come ieri è stato diverso dall'altro ieri, e perchè,la storia trova in questo raffronto la possibilità di prevedere in che senso il domani, a sua volta, si opporrà all'ieri”.
Ma Bloch, nei suoi famosi studi sull'agricoltura medievale, aggiunge anche che la storia appartiene alle scienze umane, che il suo oggetto sono gli Uomini, che dietro ad ogni avvenimento, credenza, invenzione o tecnica, esiste l'Uomo, la sua coscienza e la sua mentalità e, come viene riportato da Lucien Febvre tracciando un suo profilo di Bloch, egli sostiene anche che: “Ci sono i campi, gli strumenti,le macchine... ma dietro a tutto questo ci sono gli uomini, le persone umane. E quel che la storia deve cogliere, sono precisamente le persone. Chi si arroga il nome di storico, ma senza il bisogno di trovare l'uomo là dove esso è,(…)non è che un erudito." Uscendo dai limiti cronologici di un periodo che egli conosceva profondamente, Bloch ci fornisce uno strumento validissimo per inquadrare le nostre problematiche in modo metodologicamente corretto: non possiamo rifiutare a priori i cambiamenti che il futuro ci riserva e non possiamo aspirare al cambiamento senza pensare di pagare qualche piccolo pegno. Dobbiamo invece occuparci,come priorità assoluta, dell'Uomo, per consentire che un ingegno responsabile divenga consapevole promotore di quei valori comuni che sono il primo patrimonio da valorizzare.
Ragionando in un'ottica di strumentalità tra passato e futuro,l'Uomo del 2010, con i mezzi e i supporti di cui dispone, credo non abbia più il diritto di sedersi in una sala, davanti ad uno schermo, assistendo passivamente alla proiezione di un filmato che raffiguri un “wonderful world che non esiste più, o non ancora”, ma abbia il dovere di usare tutte le risorse, intellettive, tecnologiche, digitali, che la cultura contemporanea gli mette a disposizione, acquisendo una nuova forma mentis che inquadri i problemi con nuovo senso critico e decida di affrontarli con costruttiva creatività.

lunedì 1 novembre 2010

La città europea: un modello in decadenza?

Il paesaggio della vecchia Europa è caratterizzato da almeno un millennio da una tradizione urbana che ha prodotto un modello di città con caratteristiche peculiari di assoluta originalità; ma questo modello ha un futuro oppure è destinato ad una inevitabile decadenza, sotto la spinta di una globalizzazione che rende intere parti del territorio delle città europee assolutamente uguale ad un quartiere di Pechino o di Tel Aviv? E'questa l' angosciata domanda alla quale cerca di dare una appassionata risposta Marco Romano nel suo intrigante libro "Ascesa e declino della città europea" (Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pp. 198 € 18,50). L' autore ripercorre la genesi e lo sviluppo della millenaria tradizione urbana europea, dominata da un comune sforzo estetico delle sue componenti pubblica e privata secondo il binomio utilitas/decus che governa questo impegno. E' la città dello sforzo di edificazione dei privati cittadini nonchè delle piazze, dei palazzi pubblici, delle cattedrali e poi dei boulevard e dei vari luoghi tematizzati, luogo di forte identità, una immagine di città anche potentemente inserita nel paesaggio e nella storia italiana, che possiamo trovare facilmente rappresentata e simboleggiata negli affreschi del Buon Governo del Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena, non a caso città fortemente evocativa di questa tradizione urbana. Ma, secondo Romano, la città europea così come l' abbiamo conosciuta per un millennio è ora pesantemente minacciata fino a indurre a dubitare sulla sua futura sopravvivenza. A minare la sua essenza sono le anonime periferie costruite come piccole città autonome, nel migliore dei casi pianificate come autosufficienti, nel peggiore dei casi prive di tematizzazione, ma comunque scollegate dalla parte di città rimasta nell'alveo della tradizione. Anche la presenza sul territorio europeo, per effetto della globalizzazione, di varie culture che hanno un approccio diverso rispetto a tematiche come l' abitare e la stessa concezione e vivibilità dei luoghi della città, pone grossi interrogativi circa la sopravvivenza della tradizione della città europea. Pur considerando con la massima preoccupazione l' attuale situazione della nostra millenaria città, l' autore confida e spera nella non ineluttabilità di un declino. Per quanto ci riguarda, crediamo che, di fronte a questo millenario patrimonio di bellezza che ha magnificamente risposto all' esigenza dell'uomo europeo di vivere insieme agli altri, valga la pena ricercare con forza le ragioni per rilanciare questa eredità di oltre mille anni, ragioni che consentano nel prossimo futuro ad un nuovo Lorenzetti di dipingere con orgoglio una rinnovata città europea, generata dalla sua storia.

martedì 12 ottobre 2010

Un paesaggio... “da favola”?

Sicuramente quello della Costiera Amalfitana, come molti altri sparsi sul territorio italiano, è un paesaggio da favola. Ma lo è di per sé: per il suo impatto emotivo, per la sua storia, per quello che rappresenta, per quello che comunica. C'è davvero bisogno di aggiungere elementi decorativi (innocui, d'accordo, ma di gusto quantomeno discutibile) ad una bellezza naturale, che non chiede null'altro che di essere ammirata e rispettata? O meglio: l'eliminazione di detti elementi decorativi, può davvero essere considerata una mancanza insopportabile e venir percepita come una privazione e un sopruso?
Sto alludendo ovviamente alla polemica, nata qualche mese fa, dopo la decisione del Sindaco di Furore, cittadina della Costiera Amalfitana appunto, di far rimuovere gli ormai famosi “nanetti di Biancaneve” , che da anni siamo ormai abituati a veder spuntare tra l'erba di prati ed aiuole, e non solo a Furore!
Prendo spunto da questa vicenda, per riflettere su un tema che a COMMONLANDS sta molto a cuore: il recupero del valore emozionale di un territorio e di un paesaggio.
E' ovvio che ognuno di noi è libero di addobbare la propria proprietà privata come meglio crede, ma quello di cui qui si discute, è se il PAESAGGIO, considerato un bene comune, sia un'entità degna di tutela e, in quanto tale, se possa essere soggetto destinatario di provvedimenti, che ne garantiscano non solo la salvaguardia, ma la valorizzazione.
Questo sindaco si è reso, a mio parere, protagonista di un'azione tanto provocatoria quanto meritevole, azione cui forse non è stata data la giusta interpretazione. Come era prevedibile, si è gridato allo scandalo, perchè in un Paese dove la malavita imperversa, la corruzione dilaga ed il lavoro scarseggia, in un piccolo comune è stata adottata un'ordinanza che "dichiara guerra a Biancaneve & co.". La Pubblica Amministrazione perde tempo! Considerazioni giuste, per carità, ma troppo scontate e superficiali.
Il punto è proprio questo: la poca sensibilità, che ormai tutti noi abbiamo, verso temi considerati di secondo piano. Impegnati come siamo a discutere su problematiche che l'agenda setting dei mass media ci propina quotidianamente, abbiamo perso il gusto e la capacità di occuparci di piccole cose che ci riguardano da vicino, che ci appartengono e ci accomunano. E' doveroso, a mio parere, riflettere su come lentamente si sia scivolati in un analfabetismo emozionale, che ci ha reso incapaci di distinguere tra il concetto di bello e quello di abbellito. Ormai la ridondanza è all'ordine del giorno in tutto quello che ci circonda: sembra quasi che l'uomo non sia più capace di godere e apprezzare ciò che lo circonda, senza aggiungerci qualcosa in più , qualcosa che lasci un segno, una traccia indelebile della sua presenza.
Un territorio, un paesaggio, uno scorcio, un vecchio sentiero, vanno preservati nella loro identità originaria, proprio per il valore intrinseco che hanno e per il valore aggiunto che riescono a dare a chi è in grado di goderne. Possiedono al loro interno una capacità identificativa della cultura che li ha prodotti, che va valorizzata e diffusa, in quanto patrimonio comune, fruibile da tutti, esattamente come lo rappresentano un quadro, un capolavoro della scultura, uno disegno di Leonardo. Temi come cultura, valorizzazione e tutela delle cose comuni, ricerca e certificazione del bello, sono spunti utili alla crescita individuale e al progresso di tutti.
E infine, per rimanere in sintonia con la nostra favola, lanciamo anche noi una piccola provocazione: cosa succederebbe se, per amore di protagonismo e in nome della ridondanza, qualcuno decidesse un giorno di far sgranocchiare a Monnalisa una bella...mela avvelenata?

lunedì 11 ottobre 2010

Il valore economico del paesaggio

Un buon paesaggio, che sia piacevole e identificativo del luogo, è un bisogno per tutti noi. Un buon paesaggio produce un senso di benessere, un cattivo paesaggio produce malessere. Il paesaggio incide anche sulle nostre azioni e sulle nostre scelte: un vino proveniente da un luogo bello può essere ritenuto migliore di uno proveniente da un luogo senza qualità (vedi più sotto); un paesaggio degradato riduce i freni inibitori e contribuisce al degrado sociale e alla criminalità (teoria della finestra rotta).Il buon paesaggio ha anche una grande importanza economica. In Italia il turismo produce circa il 30% del prodotto nazionale lordo, ma non esisterebbe turismo se non esistessero luoghi belli e interessanti da andare a vedere. Quando cerchiamo casa preferiamo, se ce la possiamo permettere, una casa "con vista" che costa sensibilmente di più di una analoga casa che si affacci su un cortile o su una strada caotica. negli alberghi le camere con vista costano di più delle camere sul retro. Anche i viticoltori si sono accorti che un buon paesaggio è un valore aggiunto alla produzione vinicola, poiché aiuta a vendere vino. Nel 2001, in una riunione di viticoltori dei Colli orientali del Friuli a Cividale a uno di essi scappò detto: “Se vogliamo restare sul mercato non basta più produrre vino: dovremo anche produrre paesaggio”. “Va bene - dissi io – mettiamoci d’accordo su come produrre un buon paesaggio". E facemmo la Carta di Cividale del paesaggio del vino che contiene dei criteri per fare in modo che un territorio, se non è stato già degradato, mantenga una buona qualità paesaggistica e se possibile la migliori. E ogni anno si svolge in Italia qualche convegno in cui si parla di paesaggio del vino.

(fonte: il sito del paesaggio, Arch.Roberto Barocchi, http://www.ilpaesaggio.eu)